Venerdì 6 giugno, ore 18.00. C’è vento sulla collina di San Cornelio. Un vento carico di profumi che sembra provenire da lontano. Vestiti dei panni della modernità, i cellulari in tasca, le auto a pochi metri (ma invisibili), se ne intuisce tuttavia la forza ma nulla più.
Il cancello che recinta il teatro naturale di Castelsecco, da tre millenni sovrano di Arezzo, è chiuso.
Lì vicino, ad accogliere gli ospiti, adulti e ragazzi, nonni e nipoti, Maria Grazia Tonioni, presidente dell’Associazione Castelsecco. Veste la fatica di una giornata di lavoro, per preparare il sito al suo “debutto” in società, ma negli occhi ha i lampi della gioia per la riconquista e la restituzione alla città - solo un inizio - di un patrimonio di storia e di cultura. Al suo fianco Luisa Festa, presidente del Centro Unesco di Arezzo, nell’impresa di rendere “Testimone di Pace” il sito archeologico di Castelsecco e in particolare il suo teatro, unico esempio di teatro etrusco italico finora discretamente conservato. E ancora, attento e curioso, Mario Fraschetti, regista per il Teatro Studio di Grosseto della Medea che da lì a poco, i sandali ai piedi, ripercorrerà tra gli antichi sassi di Castelsecco la sua immortale tragedia.
Il pubblico che arriva è festoso e sorridente. Sul colle, al riparo dal mondo, sembra approdare per soffermarsi al di sopra del tempo. I bambini corrono e fanno festa sul prato ripulito, recuperato.
S’accorpano gli adulti in piccoli gruppi scambiandosi idee, ricordi, opinioni. Finché s’apre il cancello e il giallo sfarzoso delle ginestre invita gli ospiti ad accomodarsi. L’attimo di un respiro, di uno sguardo curioso alla città che nemmeno s’intravede ma appena s’ode, con la sua vita, al di là del colle, e Medea dà inizio al suo racconto.
Che tempo ricorre? Che domandano gli orologi? È l’anno 2008 o il 431 a.C., anno della prima rappresentazione della Medea di Euripide? È il vento di Corinto o di Arezzo quello che accompagna i canti e i gesti della compagnia di Grosseto? Di un Arezzo contemporanea o ancora etrusca? Difficile a dirsi. Lo spettatore guarda attento, ammaliato dai silenzi e dai suoni di movenze che ricordano riti arcaici, ancestrali, potenti, nei quali il vento e i tuoni, i colori della terra, delle pietre e delle nuvole, reali, si fondono con il teatrale e l’immaginario, il mito e le radici fondatrici della nostra cultura. Danzano gli attori, leggeri e sicuri, comparendo e scomparendo da una parte e dall’altra, come figure di sogno e di storia. Intrecciano immagini, annodano simboli, sfilano coperti dai veli del mito, si sporcano del sangue delle passioni personali e sociali. E narrano a voce chiara, senza l’ausilio d’alcuno strumento moderno, tanto che se non fosse per lo squillo di un cellulare, sempre indebitamente acceso, o per la gioia di un bimbo che invade un angolo della scena per essere anche lui parte di quella storia o forse per saggiare che quella storia sia parte del suo tempo, nessuno potrebbe dire con certezza di non aver vissuto, per oltre un’ora, della stessa vita dei greci e deglietruschi.
Esplodono spontanei, gli applausi, dopo che la tragedia s’è consumata e il sangue di Glauce, di Creonte e dei figli di Medea ha sporcato l’erba di Castelsecco, è stato assorbito dalla sua terra carica di memoria. E finalmente, a piccoli passi, il pubblico recuperato a se stesso s’avvicina al tramonto, si sporge al confine di quelle mura erette ancora prima della venuta di Cristo, per sincerarsi che l’Arezzo lontana, laggiù, di tetti e torri, sia di nuovo pronta ad accoglierli.
Gianni Micheli
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